San Lorenzo, 19 luglio 1943, Carmen Espinoza

San Lorenzo 19 Luglio 1943

scritto da Carmen Espinoza

Mattina dopo mattina, giorno dopo giorno, anno dopo anno, Fabrizio Santi, ancora prima del sorgere del sole, preparava ed infornava il pane nel suo retrobottega illuminato da una lampadina dalla luce gialla e tremolante.
Benché avesse solo trentatre anni, i suoi capelli erano quasi tutti bianchi ed il suo viso era solcato da rughe profonde.
Raramente sorrideva da quando era morta sua moglie, dando alla luce Luca, il suo unico figlio, al quale erano indirizzati gli unici sorrisi.

Erano le dieci del mattino quando Fabrizio, con il lungo grembiule bianco e la guancia destra sporca di farina, chiese a Luca di consegnare il pane nella cesta.
Il bambino giocava in ginocchio sul pavimento dietro al bancone; con un cenno della testa, contraddetto da una smorfia svogliata, assentì alla richiesta del padre.
A giorni alterni Luca andava a consegnare il pane nelle case di chi non poteva andare al forno di persona.
«Sei un ometto giudizioso» gli disse Fabrizio con un ampio sorriso sulle labbra, fissando i suoi occhi azzurri in quelli del figlio, il quale prontamente sollevò la piccola cesta di vimini in cui erano accuratamente riposti cinque pagnotte ancora calde.
Giunti alla porta il bimbo si fermò e con un’espressione seria gli chiese se Roma sarebbe stata bombardata e gli spiegò che il figlio del ciabattino andava a dire in giro che prima o poi li avrebbero uccisi tutti.
«Lascia sta’ quel regazzino, è tonto come suo padre» rispose Fabrizio accompagnando le parole con uno sguardo rassicurante. Aggiunse, dopo una breve pausa in cui il figlio continuava a fissarlo, che gli americani non avrebbero bombardato l’unico quartiere che aveva provato a respingere la marcia su Roma.

Luca, persuaso dalle parole del padre, percorse lentamente la strada che faceva da un anno quasi tutti i giorni. Non c’era fretta: il sole era alto nel cielo ed un venticello piacevole gli sfiorava la pelle, sollevando fino alle sue narici l’aroma del pane nella cesta.
San Lorenzo era un quartiere povero, fatto di basse case popolari dai muri ruvidi e crepati dal tempo, con parti in cui il cemento era lasciato grezzo, senza alcuna mano d’intonaco.
Ma, malgrado lo squallore, Luca amava quel posto in cui tutti lo conoscevano e, quando lo incrociavano per strada, lo salutavano con cenni del capo e sorrisi gentili.
Aveva già consegnato tre pagnotte quando una specie di fischio grave e continuo gli invase le orecchie. Gli parve che al fischio se ne fossero aggiunti altri, ma solo quando sentì, chiara e fastidiosamente acuta, la sirena dell’allarme capì che erano aerei.
Il figlio di quel tonto del ciabattino non aveva torto. Una casa a due piani distante un paio di isolati da Luca venne colpita da una bomba. Per il forte rumore il bambino provò un dolore acuto ai timpani. Rimase immobile, con le gambe che tremavano, a fissare il polverone sollevarsi per la via.
Polvere di tufo sbriciolato e fumo nero si diffusero circolarmente intorno a ciò che resisteva dell’abitazione, occultandola totalmente.
Dopo la prima bomba le altre vennero sganciate in continuazione, erano talmente tante da sembrargli chicchi di grandine.
Luca abbandonò il cesto di vimini che cadde a terra rimbalzando per tre volte prima di fermarsi, rovesciando il profumato contenuto.

Tutt’intorno a lui fu fumo e polvere, stridere di metallo e sgretolarsi di pietre. Fu morte e caos.
Vide un muretto basso e vi si rannicchiò accanto, con il viso schiacciato contro la pietra e le gambe strette al petto.
In mezzo al frastuono delle bombe gli parve di sentirse qualcuno urlare, ma non ebbe il coraggio di sollevare la testa. La paura gli attanagliò lo stomaco, senza accorgersene stava urinando nei propri calzoni, tremava, la polvere gli entrava nelle narici, pietroline lo colpivano nelle gambe e nella schiena.
Il boato più forte che sentì fu anche l’ultimo, una bomba aveva colpito la palazzina alle spalle del muretto e un grosso calcinaccio gli cadde addosso.
Il dolore durò solo un attimo, esalò l’ultimo respiro polveroso e il suo cuore smise di battere.
Il diciannove luglio del 1943 morì così Luca Santi.

Al tramonto, quando il cielo s’era tinto d’arancio, Fabrizio trovò il corpo del figlio.
Rimosse il pesante laterizio dal corpicino indifeso e sollevò Luca da terra, stringendolo tra le braccia con forza.
Era freddo e sporco di polvere giallastra, il viso, che tanto gli ricordava quello della moglie, era contratto dalla paura e un rivolo di sangue rappreso scendeva sulla piccola fronte.
Camminò con il figlio tra le braccia fino a casa, un’abitazione poco distante dal forno in una stretta via che era stata risparmiata dalle bombe.

La casa era spoglia, pochi ornamenti, sedie di legno attorno ad un vecchio tavolo, una foto ingiallita di Adelaide, la madre di Luca, e un lampadario con luccicanti pendenti di vetro scadente.
Fabrizio ripose il corpo di Luca sul suo letto e con il viso schiacciato su quello del figlio pianse fino alla mattina seguente.
Con gli occhi gonfi e arrossati ed un viso invecchiato e spento aprì un cassetto nella sua camera e vi estrasse una Glisenti 9mm; era la pistola di suo padre, un’arma pesante con il calcio in legno, data in dotazione all’esercito italiano nella prima guerra mondiale.
Fabrizio Santi, con la pistola nella mano, raggiunse il letto su cui era riposto il corpo esanime del figlio. Gli diede un bacio sulla fronte, poi, delicatamente si coricò al suo fianco.

«Perdonami»  disse con voce strozzata.



Nota sulla fotografia:
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Si tratta di una foto di Bundesarchiv, Bild 101I-476-2094-17A / Rauchwetter / CC-BY-SA 3.0, CC BY-SA 3.0 de, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=5412398


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2 commenti

gionatan 25 Aprile 2017 - 20:00

Un racconto semplicemente bellissimo e in ottimo stile. Brava Carmen!

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Carmen Espinoza 25 Aprile 2017 - 20:06

Ti ringrazio, mi fa molto piacere che ti sia piaciuto il racconto! 🙂

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